Il Kumite rappresenta il momento in cui il karateka non si esprime più solo in rapporto a sè stesso, ma anche verso l'esterno tramite la presenza di un avversario.

Letteralmente significa "incontro di mani" e comunemente è definito come combattimento, confronto con un avversario, con il quale, più che vincere, è importante non perdere, risultato cui è possibile pervenire solo ed unicamente con un continuo allenamento sia psicologico che tecnico. Per ottenere il più alto livello della tecnica è infatti utile padroneggiare in maniera uniforme tre grandi sfere: SHIN, ovvero lo spirito, GI, ovvero la tecnica, e TAI, il corpo. Questi tre elementi, formano i vertici di un triangolo che necessariamente deve essere equilatero.

Il Kumite non è un invenzione del Maestro Gichin Funakoshi, ma di suo figlio Yoshitaka che lo introdusse nella pratica tra il 1930 e 1935. Prima di allora Gichin non vedeva favorevolmente il combattimento fra karateka e fu sempre contrario alla sua diffusione. Yoshikata prese spunto dal Maestro Hakudo Nakayama, padre del forse più noto Masatoshi Nakayama, istruttore e futuro fondatore della JKA. Il Maestro Hakudo era un esperto di Kendo, disciplina nella quale il combattimento (Ji-geiko) è alla base della pratica.

Dal punto di vista tecnico si distinguono vari tipi di combattimento, in particolare:

  • GOHON Kumite: cinque passi con attacco dichiarato
  • SANBON Kumite: tre passi con attacco dichiarato
  • KIHON IPPON Kumite: un solo passo con attacco dichiarato
  • JIYU IPPON Kumite: attacco dichiarato su un passo da distanza libera
  • JIYU Kumite: combattimento libero

Solitamente l'apprendimento di questi tipi di combattimento varia progressivamente con l'aumentare delle capacità tecniche del karateka, riservando esercizi più semplici quali il Gohon o il Sanbon kumite ai principianti. Tuttavia è bene ricordare che tali pratiche possono essere utili anche per karateka più esperti, in quanto è possibile studiare proficuamente la posizione, la stabilità e la scelta di tempo, elementi validi per qualsiasi livello.

Oltre a queste tipologie consuete nell'allenamento Shotokan, esistono altre interessanti modalità. In questo stile, sia nella pratica che in campo agonistico, è previsto il controllo totale della tecnica che si deve fermare secondo il principo del sun dome, ovvero una distanza di circa tre centimetri dal corpo dell'avversario, per impedire lesioni. Risulta evidente che in una disciplina marziale tradizionale, il praticante deve continuamente mettere in discussione la sua efficacia e, nello Shotokan più che mai, fortificare il proprio fisico in maniera da renderlo resistente al contatto pieno. Grande importanza rivestono l'uso dei colpitori (il sacco, e il makiwara), il potenziamento muscolare ed esercizi che mirano a studiare un combattimento a 360°. E' possibile allenarsi nel Kakuto Karate, ovvero un kumite a contatto pieno, e nel Bogu Kumite, un combattimento effettuato con protezioni e armatura, per provare le tecniche fino in fondo. Grande importanza riveste anche lo studio delle leve, delle proiezioni, dei punti vitali che costituiscono l'essenza stessa dell'arte marziale al di là dei formalismi.

Nonostante il Kumite si basi apparentemente su pochi principi, essi sono molto complessi in quanto non devono tenere presente solo le caratteristiche interne di ogni individuo ma anche quelle dell'avversario, adeguandosi, e riuscendo a portare le tecniche in maniera tale che esse arrivino a bersaglio con il giusto tempismo ed energia finale. Pertanto possiamo distinguere i seguenti principi:

  • KYO: letteralmente "vuoto". E' un momento di vuoto nella guardia e nello spirito dell'avversario, nel quale è possibile portare efficacemente una tecnica di attacco. Può essere un vuoto mentale, quale ad esempio una instabilità emotiva o una distrazione, ma anche un vuoto fisico, nel quale c'è mancanza di equilibrio o errata valutazione della distanza.
  • HYOSHI: il ritmo. L'entrare in rapporto con lo spirito dell'avversario, in accordo o in disaccordo con lui, in maniera tale da costringerlo ad una situazione di Kyo, ad un'apertura.
  • YOMI: l'arte di prevedere l'avversario. Spesso basata sull'intuizione, ma anche sui riflessi e l'allenamento
  • MAAI: la distanza. Il vero fulcro dell'azione, necessario a portare efficacemente una tecnica.
  • KIME: traducibile con "decisione estrema". La massima forma di energia applicabile nell'azione del karate, fisica e mentale. Necessaria affinchè la tecnica portata abbia le caratteristiche di todome, ovvero di "colpo definitivo".

Accanto a queste basi trova posto la Strategia, ovvero l'applicazione di un sistema atto a raggiungere uno scopo. Fondamentalmente esso è un gioco delle parti, in cui l'attaccante cerca di ingannare l'avversario (shikake waza - tecnica d'inganno) per costringerlo ad uno stato di Kyo, oppure a commettere un passo falso o una qualsiasi azione che gli permetta di portare efficacemente una tecnica. Il principo valido per tutte le arti marziali è quello espresso ne "L'Arte della Guerra di Sun Tzu": colpisci dopo aver vinto.

Tra le strategie applicabili in kumite si distinguono tre tipologie:

  • SEN NO SEN: Attacco prima che l'avversario faccia qualcosa o dia segno di muoversi.
  • TAI NO SEN: l'attacco avviene contemporaneamente a quello dell'avversario con tecnica di parata ed anticipo detta Deai.
  • GO NO SEN: difesa, uscita completamente dall'attacco e rientro con il contrattacco.